Veneto è chi il Veneto fa (1)

Avendo constatato che molti lettori sono, per così dire, troppo pigri per prendere in mano in una volta sola Veneto è chi il Veneto fa. Indipendenti e Contenti, ho deciso di postare un po’ alla volta (quasi) tutto il pamphlet.

Fermi tutti! Ma si può fare?

Sento già un brusio di sottofondo tra i (spero ci siano) lettori e penso di sapere la motivazione. Infatti, come la mia esperienza personale di instillatore dell’opzione indipendentista tra amici e conoscenti ha confermato, la risposta più frequente che ho avuto all’esposizione di questa mia proposta è stata decisamente questa: “sì, sarebbe bellissimo, ma non si può”.  È una risposta plausibile perché è normale che il primo pensiero non possa che essere “ma è contro la legge!” oppure “è un’utopia!”. In realtà non è così. Non è così anche se lo Stato italiano fa di tutto per farci pensare il contrario; d’altronde non fa piacere a nessuno essere abbandonato.  Se la vostra dolce metà decidesse di lasciarvi, anche voi urlereste con voce straziante: “no! non puoi! stai con me!”. Ecco, immaginatevi una scenetta tragica del genere con protagonista lo Stato italiano che piange e si dispera e il Veneto che tira dritto per la sua strada. Certo, non saprei dire (o forse sì, ma non lo dico) se quello dello Stato italiano per il Veneto sia amore sincero o di convenienza.
Dobbiamo capire infatti che il raggiungimento dell’indipendenza da parte del territorio veneto sarebbe un colpo durissimo per lo Stato italiano. Probabilmente  la stessa Indipendenza Veneta darebbe il via ad analoghi processi in varie parti dello Stato rimasto, penso per esempio alla Sardegna, Sicilia o Lombardia. Ovvio che uno scenario simile decreterebbe la fine dello Stato italiano e ovvio quindi che nessuno corre felicemente e in modo sbarazzino verso la propria fine. Non sono tuttavia sicuro che la nascita di uno Stato veneto comporterebbe la fine certa dello Stato italiano; è un’ipotesi, non una certezza.
Comunque, atteniamoci al tema, ossia: l’Indipendenza Veneta è una cosa fattibile e una cosa legale. Il ragionamento non è neanche tanto complicato da spiegare, io l’ho scoperto leggendo il sito del Partito Nasional Veneto (pnveneto.org).
Siamo al 22 maggio 1971 e viene promulgata la legge n. 340 che recita:
L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia.
Quindi lo Stato italiano riconosce ai Veneti lo status di popolo; unico altro caso è quello del riconoscimento del popolo Sardo.
Spostiamoci a New York e facciamo un salto indietro di cinque anni. Siamo al 16 dicembre del 1966 quando viene siglato il “Patto internazionale di New York” che all’articolo 1 recita quanto segue:
Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale.
Il 25 ottobre del 1977 lo Stato italiano ratifica questo patto con la legge n. 881. Quindi, viene riconosciuto ufficialmente e a tutti gli effetti il principio di autodeterminazione dei popoli.
Tuttavia, stiamo pur sempre parlando dello Stato italiano, alle leggi non seguono leggi conseguenti e per chi propugna, sempre in modo democratico e non violento, l’indipendenza di un territorio facente parte dello Stato italiano, viene riservato un simpatico trattamento speciale: l’ergastolo. Se ne è accorta l’Unione Europea (in un momento di distrazione dalla misurazione dell’angolo delle banane) mentre stava dialogando con la Turchia per una sua eventuale entrata. La UE bacchettava la Turchia perché nella sua legislazione c’era una legge che comminava una pena di qualche anno di galera a chi propugnasse l’indipendenza di un territorio facente parte della Turchia; ai Curdi staranno fischiando le orecchie. È successo dunque che la UE, mentre bacchettava l’incivile Turchia per questa legge barbara, tirasse la manica allo Stato italiano e sottovoce gli consigliasse di cambiare quella leggina un po’ pesantina, quella lì dai, quella dell’insomma…ergastolo.
Così, con la legge n. 85 del 2006, è consentito esprimere opinioni e compiere atti democratici e non violenti per ottenere l’indipendenza del Veneto. Niente più arance da portare nell’ora di visita, grazie.
Quindi, si può fare! Si può fare all’interno delle stesse leggi dello Stato italiano dato che viene riconosciuto il diritto all’autodeterminazione dei popoli e il diritto a compiere atti democratici e non violenti per il raggiungimento dell’indipendenza. Io però voglio spingermi un pochino oltre. Ossia, anche se lo Stato italiano non avesse ratificato il Patto di New York e anche se dallo Statuto della Regione Veneto non fosse presente quell’articolo sull’autogoverno del popolo Veneto (tra l’altro, stanno rivedendo lo Statuto, può anche darsi che quell’articolo venga eliminato…), io affermo solennemente che chissenefrega. Non abbiamo bisogno di leggi per affermare la nostra libertà. La libertà viene prima di tutto, non ci è concessa dalla legge e non è ammissibile una legge che schiavizzi. Il fatto che per la legge tedesca all’epoca del nazismo gli ebrei fossero ritenuti inferiori, non implica che quella legge, per il solo fatto di essere una legge di Stato, fosse una legge da rispettare. La libertà è una faccenda seria, troppo seria per essere lasciata nelle mani di legislatori pasticcioni o ignoranti.
Il fine del Partito Nasional Veneto (pnveneto.org) è quello di organizzare un referendum che chieda ai cittadini residenti in Veneto se vogliono che questo territorio diventi uno Stato indipendente. Vi sembrerà strano, ma lo Stato italiano in tutto questo c’entra pochino, praticamente niente: praticamente, non sono affari suoi. Il principio di autodeterminazione dei popoli scavalca lo Stato italiano e quando i Veneti (finalmente!) decideranno di diventare indipendenti, le cose andranno così:
I Veneti voteranno alla Regione Veneto una coalizione indipendentista la quale organizzerà un referendum (nel 2010 ci sono le elezioni regionali, prendete nota); verranno chiamati degli osservatori internazionali affinché vigilino sul buon andamento del referendum e sulla correttezza di tutte le operazioni; una volta vinto ‘sto refendum, lo Stato italiano non potrà che prenderne atto dato che il popolo Veneto si è autodeterminato (e nun ce so’ cazzi); inizieranno le trattative tra la Regione Veneto e lo Stato italiano inerenti a tutto il complesso iter per la nascita dello Stato Veneto (una roba a tratti noiosa e a tratti appassionante che durerà un annetto e che vedrà gli stracci volare) e alla fine proclameremo una settimana di festa nazionale per la nascita della Venetia (o qualsivoglia nome vorremo dare al nostro Stato) nel quale ci daremo alla pazza gioia; ce lo meriteremo, dai.
Probabilmente tra un qualche passaggio e un altro, lo Stato italiano farà di tutto per non lasciarci andare, probabilmente ci sarà anche qualche giochetto sporco. Non reputo l’opzione militare (l’esercito italiano che prende il controllo del territorio veneto) probabile dato che lo Stato italiano è membro della comunità internazionale e della Comunità Europea; un colpo di testa gli sarebbe fatale. Penso anche che la violenza da parte dello Stato italiano farebbe salire un coro di proteste anche tra la popolazione italiana, dalla Valle d’Aosta a Pantelleria. No, un Veneto novello Cecenia non è probabile. Sì, bisogna invece prepararsi ai colpi bassi. Ve l’avevo detto e ve lo ripeto: la libertà è una faccenda seria da non prendere sottogamba.
Il dizionario della lingua italiano De Mauro alla voce popolo recita:
L’insieme degli individui che si considerano o sono considerati appartenenti a una stessa collettività, spec. etnicamente omogenea, in quanto abitano un territorio geograficamente o politicamente definito o hanno in comune lingua, cultura, tradizioni, ecc.
Alla voce nazione, lo stesso dizionario recita:
Complesso di persone accomunate da tradizioni storiche, lingua, cultura, origine, e dalla consapevolezza di appartenere a un’unità indipendentemente dalla realizzazione in unità politica.
Noi siamo un popolo e una nazione senza Stato in quanto abbiamo una lingua comune, una storia comune, una cultura comune, un territorio comune. Tuttavia, sul fatto che noi Veneti abbiamo coscienza di questo, ho forti dubbi. Il giorno in cui prenderemo (finalmente!) coscienza di essere…Veneti, allora quel giorno ci potremo autodeterminare. Non perché lo dice una leggina scritta su uno statuto regionale. Ci autodetermineremo perché avremo finalmente capito di volere la libertà e un futuro migliore. Ci autodetermineremo perché avremo tutti i requisiti per farlo; piaccia o meno allo Stato italiano.

Sento già un brusio di sottofondo tra i (spero ci siano) lettori e penso di sapere la motivazione. Infatti, come la mia esperienza personale di instillatore dell’opzione indipendentista tra amici e conoscenti ha confermato, la risposta più frequente che ho avuto all’esposizione di questa mia proposta è stata decisamente questa: “sì, sarebbe bellissimo, ma non si può”.  È una risposta plausibile perché è normale che il primo pensiero non possa che essere “ma è contro la legge!” oppure “è un’utopia!”. In realtà non è così. Non è così anche se lo Stato italiano fa di tutto per farci pensare il contrario; d’altronde non fa piacere a nessuno essere abbandonato.  Se la vostra dolce metà decidesse di lasciarvi, anche voi urlereste con voce straziante: “no! non puoi! stai con me!”. Ecco, immaginatevi una scenetta tragica del genere con protagonista lo Stato italiano che piange e si dispera e il Veneto che tira dritto per la sua strada. Certo, non saprei dire (o forse sì, ma non lo dico) se quello dello Stato italiano per il Veneto sia amore sincero o di convenienza.

Dobbiamo capire infatti che il raggiungimento dell’indipendenza da parte del territorio veneto sarebbe un colpo durissimo per lo Stato italiano. Probabilmente  la stessa Indipendenza Veneta darebbe il via ad analoghi processi in varie parti dello Stato rimasto, penso per esempio alla Sardegna, Sicilia o Lombardia. Ovvio che uno scenario simile decreterebbe la fine dello Stato italiano e ovvio quindi che nessuno corre felicemente e in modo sbarazzino verso la propria fine. Non sono tuttavia sicuro che la nascita di uno Stato veneto comporterebbe la fine certa dello Stato italiano; è un’ipotesi, non una certezza.

Comunque, atteniamoci al tema, ossia: l’Indipendenza Veneta è una cosa fattibile e una cosa legale. Il ragionamento non è neanche tanto complicato da spiegare, io l’ho scoperto leggendo il sito del Partito Nasional Veneto (pnveneto.org).

Siamo al 22 maggio 1971 e viene promulgata la legge n. 340 che recita:

L’autogoverno del popolo veneto si attua in forme rispondenti alle caratteristiche e tradizioni della sua storia.

Quindi lo Stato italiano riconosce ai Veneti lo status di popolo; unico altro caso è quello del riconoscimento del popolo Sardo.

Spostiamoci a New York e facciamo un salto indietro di cinque anni. Siamo al 16 dicembre del 1966 quando viene siglato il “Patto internazionale di New York” che all’articolo 1 recita quanto segue:

Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale.

Il 25 ottobre del 1977 lo Stato italiano ratifica questo patto con la legge n. 881. Quindi, viene riconosciuto ufficialmente e a tutti gli effetti il principio di autodeterminazione dei popoli.

Tuttavia, stiamo pur sempre parlando dello Stato italiano, alle leggi non seguono leggi conseguenti e per chi propugna, sempre in modo democratico e non violento, l’indipendenza di un territorio facente parte dello Stato italiano, viene riservato un simpatico trattamento speciale: l’ergastolo. Se ne è accorta l’Unione Europea (in un momento di distrazione dalla misurazione dell’angolo delle banane) mentre stava dialogando con la Turchia per una sua eventuale entrata. La UE bacchettava la Turchia perché nella sua legislazione c’era una legge che comminava una pena di qualche anno di galera a chi propugnasse l’indipendenza di un territorio facente parte della Turchia; ai Curdi staranno fischiando le orecchie. È successo dunque che la UE, mentre bacchettava l’incivile Turchia per questa legge barbara, tirasse la manica allo Stato italiano e sottovoce gli consigliasse di cambiare quella leggina un po’ pesantina, quella lì dai, quella dell’insomma…ergastolo.

Così, con la legge n. 85 del 2006, è consentito esprimere opinioni e compiere atti democratici e non violenti per ottenere l’indipendenza del Veneto. Niente più arance da portare nell’ora di visita, grazie.

Quindi, si può fare! Si può fare all’interno delle stesse leggi dello Stato italiano dato che viene riconosciuto il diritto all’autodeterminazione dei popoli e il diritto a compiere atti democratici e non violenti per il raggiungimento dell’indipendenza. Io però voglio spingermi un pochino oltre. Ossia, anche se lo Stato italiano non avesse ratificato il Patto di New York e anche se dallo Statuto della Regione Veneto non fosse presente quell’articolo sull’autogoverno del popolo Veneto (tra l’altro, stanno rivedendo lo Statuto, può anche darsi che quell’articolo venga eliminato…), io affermo solennemente che chissenefrega. Non abbiamo bisogno di leggi per affermare la nostra libertà. La libertà viene prima di tutto, non ci è concessa dalla legge e non è ammissibile una legge che schiavizzi. Il fatto che per la legge tedesca all’epoca del nazismo gli ebrei fossero ritenuti inferiori, non implica che quella legge, per il solo fatto di essere una legge di Stato, fosse una legge da rispettare. La libertà è una faccenda seria, troppo seria per essere lasciata nelle mani di legislatori pasticcioni o ignoranti.

Il fine del Partito Nasional Veneto è quello di organizzare un referendum che chieda ai cittadini residenti in Veneto se vogliono che questo territorio diventi uno Stato indipendente. Vi sembrerà strano, ma lo Stato italiano in tutto questo c’entra pochino, praticamente niente: praticamente, non sono affari suoi. Il principio di autodeterminazione dei popoli scavalca lo Stato italiano e quando i Veneti (finalmente!) decideranno di diventare indipendenti, le cose andranno così:

I Veneti voteranno alla Regione Veneto una coalizione indipendentista la quale organizzerà un referendum (nel 2010 ci sono le elezioni regionali, prendete nota); verranno chiamati degli osservatori internazionali affinché vigilino sul buon andamento del referendum e sulla correttezza di tutte le operazioni; una volta vinto ‘sto refendum, lo Stato italiano non potrà che prenderne atto dato che il popolo Veneto si è autodeterminato (e nun ce so’ cazzi); inizieranno le trattative tra la Regione Veneto e lo Stato italiano inerenti a tutto il complesso iter per la nascita dello Stato Veneto (una roba a tratti noiosa e a tratti appassionante che durerà un annetto e che vedrà gli stracci volare) e alla fine proclameremo una settimana di festa nazionale per la nascita della Venetia (o qualsivoglia nome vorremo dare al nostro Stato) nel quale ci daremo alla pazza gioia; ce lo meriteremo, dai.

Probabilmente tra un qualche passaggio e un altro, lo Stato italiano farà di tutto per non lasciarci andare, probabilmente ci sarà anche qualche giochetto sporco. Non reputo l’opzione militare (l’esercito italiano che prende il controllo del territorio veneto) probabile dato che lo Stato italiano è membro della comunità internazionale e della Comunità Europea; un colpo di testa gli sarebbe fatale. Penso anche che la violenza da parte dello Stato italiano farebbe salire un coro di proteste anche tra la popolazione italiana, dalla Valle d’Aosta a Pantelleria. No, un Veneto novello Cecenia non è probabile. Sì, bisogna invece prepararsi ai colpi bassi. Ve l’avevo detto e ve lo ripeto: la libertà è una faccenda seria da non prendere sottogamba.

Il dizionario della lingua italiano De Mauro alla voce popolo recita:

L’insieme degli individui che si considerano o sono considerati appartenenti a una stessa collettività, spec. etnicamente omogenea, in quanto abitano un territorio geograficamente o politicamente definito o hanno in comune lingua, cultura, tradizioni, ecc.

Alla voce nazione, lo stesso dizionario recita:

Complesso di persone accomunate da tradizioni storiche, lingua, cultura, origine, e dalla consapevolezza di appartenere a un’unità indipendentemente dalla realizzazione in unità politica.

Noi siamo un popolo e una nazione senza Stato in quanto abbiamo una lingua comune, una storia comune, una cultura comune, un territorio comune. Tuttavia, sul fatto che noi Veneti abbiamo coscienza di questo, ho forti dubbi. Il giorno in cui prenderemo (finalmente!) coscienza di essere…Veneti, allora quel giorno ci potremo autodeterminare. Non perché lo dice una leggina scritta su uno statuto regionale. Ci autodetermineremo perché avremo finalmente capito di volere la libertà e un futuro migliore. Ci autodetermineremo perché avremo tutti i requisiti per farlo; piaccia o meno allo Stato italiano.

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In piazza con Giorgio Fidenato

Riporto:

Giorgio Fidenato è un imprenditore di Pordenone che dal Gennaio 2009 ha intrapreso una storica battaglia contro il Fisco e lo Stato Italiano. Di comune accordo con i suoi dipendenti ha deciso di smettere di fare da sostituto di imposta per conto dello stato. Giorgio cioè ogni mese consegna ai propri dipendenti l’intera somma lorda del loro stipendio rifiutandosi di pagare tasse e contributi per loro conto. Le tasse, se vorrà pagarle, dovrà pagarle direttamente il dipendente.
Questa non è solo una battaglia per la forma. E non è solo una battaglia per un principio: nessuno deve essere costretto a lavorare gratis per lo Stato (e pagare le imposte per conto di altri è un vero e proprio lavoro con forti oneri annuali). Questa è una grande battaglia. Se il dipendente si ritrova tutti i soldi che gli spettano in busta paga egli comprende che non è il suo datore di lavoro a pagarlo poco ma è lo Stato a defraudarlo di oltre la metà di ciò che gli spetta!

Giorgio Fidenato è un imprenditore di Pordenone che dal Gennaio 2009 ha intrapreso una storica battaglia contro il Fisco e lo Stato Italiano. Di comune accordo con i suoi dipendenti ha deciso di smettere di fare da sostituto di imposta per conto dello stato. Giorgio cioè ogni mese consegna ai propri dipendenti l’intera somma lorda del loro stipendio rifiutandosi di pagare tasse e contributi per loro conto. Le tasse, se vorrà pagarle, dovrà pagarle direttamente il dipendente.

Questa non è solo una battaglia per la forma. E non è solo una battaglia per un principio: nessuno deve essere costretto a lavorare gratis per lo Stato (e pagare le imposte per conto di altri è un vero e proprio lavoro con forti oneri annuali). Questa è una grande battaglia. Se il dipendente si ritrova tutti i soldi che gli spettano in busta paga egli comprende che non è il suo datore di lavoro a pagarlo poco ma è lo Stato a defraudarlo di oltre la metà di ciò che gli spetta!

Giorgio Fidenato è cofondatore del Movimento Libertario e io penso che questa sia una battaglia enormemente più grande di quello che si potrebbe pensare a prima vista perché, come dice Facco nel video, se Fidenato vincesse, lo Stato italiano potrebbe essere lì lì sul punto di saltare definitivamente. No, non sono ingenuo e penso che faranno di tutto perché la giusta rivendicazione di Fidenato venga sepolta. Però bisogna lottare perché picconata dopo picconata, il muro dello Stato italiano crollerà.

Io  la mattina del 19 novembre sarò a Pordenone in Piazza Giustiniani davanti al tribunale insieme agli amici del Movimento Libertario per stare al fianco di Giorgio Fidenato. In quel giorno infatti il tribunale del lavoro si esprimerà sulla competenza o meno in materia e l’auspicio è che venga deciso che la questione va riportata alla Corte Costituzionale. Bisogna esserci. Bisogna.

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La scuola italiana è una croce

Ok, la croce va giù, abbiamo capito. Grande scandalo ommioddio gli atei sono alle porte. Parlo con fastidio di questo tema perché sono stanco di questi eterni argomenti da eterna Banana-Putana Republic che è lo Stato italiano e perché provo un fastidio quasi fisico nello scrivere di scuola italiana. Provo tutta la disistima possibile per la scuola italiana e penso che sia lo strumento principale con il quale ci abbassano il QI, ci tolgono la curiosità intellettuale e ci riempiono di idee stataliste e unioniste malsane a dir poco. Idee, poi, che sono molto difficili da estirpare.

Il problema di fondo è che purtroppo, la scuola dello Stato italiano è statale e pubblica e che, purtroppo, sono costretto anch’io a pagarla (anche se non ho figli e anche se non sono d’accordo sulla linea educativa). Quindi, da scuola pagata anche da me, pretendo che sia, almeno, la più neutra possibile e che non imponga un simbolo religioso a delle persone (i bambini e i ragazzi sono delle persone, se ve lo foste dimenticato) che possono non gradire o non volere quel simbolo. Se ci fosse un mercato libero dell’istruzione senza il monopolio statale dei programmi, allora le cose si sistemerebbero e tutti gli invasati potrebbero stare nelle loro belle scuole creazioniste e poi arrivare nel mercato del lavoro pronti a pulire i bagni (con tutto il mio più grandissimo rispetto per le persone che puliscono i bagni). Purtroppo non è così e mi tocca sborsare schei per una scuola collettivista che non condivido.

Ritenete che la religione sia una cosa fondamentale per la vita vostra e quella dei vostri figli? Mandateli in chiesa e al catechismo. Perché volete che i soldi che lo Stato mi ha estorto, a me ateo religiofobico, servano anche per i vostri simboli religiosi e per i vostri insegnanti di religione? Non vi sembra di essere un po’ delle carognette che si avventano sul mio denaro ateo? E poi magari ve la prendete con chi elemosina per strada… Non ritenete che ci possa essere gente, come il sottoscritto, che non ne vuole sapere di religione cattolica, islamica, scientologista e via discorrendo? Eh già, infatti non provate nemmeno ad azzardarvi nel dire che io sono un fautore della calata di braghe dell’Occidente verso l’Islam perché, cari i miei cattolicanti, avete molti più punti in contatto voi con l’Islam di quanti ne abbia io (cioè zero). Le braghe le state calando voi che vi scoprite tutti difensori della Fede per combattere l’avanzata dei nuovi barbari con la mentalità medievale (cioè gli islamici) assumendo voi stessi di nuovo una mentalità medievale da contrapporre dopo che molta gente, troppa, ha dimenticato che il frutto più prezioso dell’Occidente è quell’idea di libertà individuale che troppo spesso le chiese ufficiali hanno combattuto. Per vincere, agli islamofascisti non dobbiamo contrapporre la croce di una variante (quella cattolica) di una religione (quella cristiana), ma la libertà dell’individuo. Contro il collettivismo sociale e contro il corporativismo religioso.

La scuola italiana è un’unica e grande croce che ogni povero cristo che ha avuto la disgrazia di nascere all’interno di questo Stato o nel quale è arrivato in età adatta deve portare per troppi anni della sua vita. Facciamo in modo che sia la meno deleteria possibile.

Posted in: libertaria by Luca Vnt 6 Comments

Zaia, oh Zaia, ohh Zaia!

VENEZIA (17 ottobre) – Ora di religione cattolica obbligatoria per tutti gli studenti islamici: la proposta è del ministro dell’Agricoltura, il leghista Luca Zaia, che non solo boccia l’idea dell’ora di religione islamica a scuola avanzata da Adolfo Urso, ma rilancia.
«L’ora di religione cattolica obbligatoria per i musulmani nelle nostre scuole serve a far capire a loro perché noi siamo così – spiega Zaia – e quali sono i risultati del cristianesimo e cattolicesimo profondamente radicati nella nostra società. L’ora di religione islamica? Usando il linguaggio rugbystico, la proposta di Urso è una “mischia al centro”. Il vero tema è obbligare gli islamici a studiare la nostra religione».
«Non è un processo di evengelizzazione – sostiene il ministro della Lega – ma di conoscenza e consapevolezza della nostra religione».

VENEZIA (17 ottobre) – Ora di religione cattolica obbligatoria per tutti gli studenti islamici: la proposta è del ministro dell’Agricoltura, il leghista Luca Zaia, che non solo boccia l’idea dell’ora di religione islamica a scuola avanzata da Adolfo Urso, ma rilancia.

«L’ora di religione cattolica obbligatoria per i musulmani nelle nostre scuole serve a far capire a loro perché noi siamo così – spiega Zaia – e quali sono i risultati del cristianesimo e cattolicesimo profondamente radicati nella nostra società. L’ora di religione islamica? Usando il linguaggio rugbystico, la proposta di Urso è una “mischia al centro”. Il vero tema è obbligare gli islamici a studiare la nostra religione».

«Non è un processo di evengelizzazione – sostiene il ministro della Lega – ma di conoscenza e consapevolezza della nostra religione». (qui)

Io che sono ateo, anche io dovrei essere costretto? Un ebreo o un protestante o un indù, anche loro? Signor Zaia, ma lo sa che Lei è l’esempio più lampante della coercizione che tanto piace ai politici? Signor Zaia, ma lo sa che Lei è l’esempio più lampante del tipo di veneto che non mi piace e dal quale voglio stare il più lontano possibile? Già il fatto che esista un’ora di religione cattolica pagata anche con i miei schei atei, mi fa un po’ girare le palle. Ci mancava solo questa crociata buffona. Signor Zaia, La prego di starmi il più lontano possibile.

E ancora ci sono indipendentisti (non del Pnv, ovviamente) che guardano con ammirazione a questo leghista verde-padano vestito. Bah!

Posted in: venetia by Luca Vnt 5 Comments

Zaia, oh Zaia!

Zaia è molto ben visto in Veneto (anche da alcuni indipendentisti, non del Pnv ovviamente) e questo sinceramente mi sconcerta perché è indice di come le persone possano fermarsi alla superficie e non riflettere sul contenuto. Zaia ha facile gioco ed è molto popolare per le sue battaglie in difesa dei prodotti locali; però la gente che lo acclama dovrebbe ragionarci sopra un po’ di più, a mio avviso. Si scoprirebbe che il protezionismo nella storia è stato sempre perdente e foriero di sventura. Inoltre, il protezionismo nuoce gravemente soprattutto alla gente comune che vede lievitare i prezzi.

Riporto un estratto di un articolo di Leonardo Facco del Movimento Libertario apparso sul numero 45 di Enclave. Approfitto per suggerire a tutti di abbonarsi a questa rivista che, tra l’altro, non prende un centesimo di finanziamento pubblico (cioè estorto a noi) dallo Stato italiano.

Protezionismo e nazionalismo stanno spesso mano nella mano. Scriveva Bastiat: “Dove passano le merci non passano i cannoni”. Il protezionismo, spettabile ministro Zaia, mette non solo seriamente a rischio la pace, ma rappresenta soprattutto un grave danno per le popolazioni che alzano barriere di fronte ai prodotti di origine straniera e, ovviamente, anche per quelle che si vedono negare il diritto di vendere altrove i frutti del loro lavoro. Sappia che se ai prodotti dei poveracci del Terzo mondo non si dà accoglienza (come accade già oggi ahimè, alla faccia dei Doha round), si finirà per avere alle frontiere milioni di migranti, che anziché lavorare a casa loro busseranno (quando andrà bene) alle porte delle nostre aziende.

Ancora. Tra gli uomini Obama abbiamo ascoltato parole d’ordine tipo “buy american”. Anche lei, come Berlusconi, più di una volta, ha insistito con un nazionalistico “comprate italiano” (ma una volta non era secessionista?)! Poi, ci spiegate che “lavorate” per il bene dei consumatori. Quando, però, un pensionato di Treviglio o di Preganziol può comprarsi al mercato un paio di pantaloni a 10 euro ve la prendete coi cinesi che li producono. O ve la prendete con la grande distribuzione se applica i “sottocosto” ai loro prodotti. Mettetevi d’accordo ogni tanto, perché la libertà, con la quale mi pare vi sciacquiate la bocca senza conoscerne i principi, è una cosa molto seria. Un tempo, sì era preistoria, il leghismo aveva come parole d’ordine il liberismo, l’antistatalismo e l’indipendentismo. Oggi, e lei ministro Zaia ne è la conferma, la “Lega Nord per l’unità d’Italia” puzza di quel paternalismo centralista che all’inizio degli Anni Novanta aberrava.

Sa, signor ministro, qual è la differenza tra pianificazione e libero mercato? La prima, è una gara fra i peggiori politici il secondo, è una gara fra i migliori imprenditori. Me l’ha detta un ragazzetto di 19 anni che fa l’aiutante cuoco. Se proprio desidera difendere noi consumatori, punti su meno regole, ma più trasparenza. Meno barriere al commercio e meno incentivi inutili alla produzione (vedrà come le merci torneranno ad acquisire valore anche in agricoltura, come sostengono ad esempio gli Agricoltori Federati di Pordenone), meno tasse e meno burocrazia. Semplici ricette al posto della temibile accoppiata perdente “protezionismo-nazionalismo”, che tanto affascina quelli come Hugo Chavez!

Protezionismo e nazionalismo stanno spesso mano nella mano. Scriveva Bastiat: “Dove passano le merci non passano i cannoni”. Il protezionismo, spettabile ministro Zaia, mette non solo seriamente a rischio la pace, ma rappresenta soprattutto un grave danno per le popolazioni che alzano barriere di fronte ai prodotti di origine straniera e, ovviamente, anche per quelle che si vedono negare il diritto di vendere altrove i frutti del loro lavoro. Sappia che se ai prodotti dei poveracci del Terzo mondo non si dà accoglienza (come accade già oggi ahimè, alla faccia dei Doha round), si finirà per avere alle frontiere milioni di migranti, che anziché lavorare a casa loro busseranno (quando andrà bene) alle porte delle nostre aziende.
Ancora. Tra gli uomini Obama abbiamo ascoltato parole d’ordine tipo “buy american”. Anche lei, come Berlusconi, più di una volta, ha insistito con un nazionalistico “comprate italiano” (ma una volta non era secessionista?)! Poi, ci spiegate che “lavorate” per il bene dei consumatori. Quando, però, un pensionato di Treviglio o di Preganziol può comprarsi al mercato un paio di pantaloni a 10 euro ve la prendete coi cinesi che li producono. O ve la prendete con la grande distribuzione se applica i “sottocosto” ai loro prodotti. Mettetevi d’accordo ogni tanto, perché la libertà, con la quale mi pare vi sciacquiate la bocca senza conoscerne i principi, è una cosa molto seria. Un tempo, sì era preistoria, il leghismo aveva come parole d’ordine il liberismo, l’antistatalismo e l’indipendentismo. Oggi, e lei ministro Zaia ne è la conferma, la “Lega Nord per l’unità d’Italia” puzza di quel paternalismo centralista che all’inizio degli Anni Novanta aberrava.
Sa, signor ministro, qual è la differenza tra pianificazione e libero mercato? La prima, è una gara fra i peggiori politici il secondo, è una gara fra i migliori imprenditori. Me l’ha detta un ragazzetto di 19 anni che fa l’aiutante cuoco. Se proprio desidera difendere noi consumatori, punti su meno regole, ma più trasparenza. Meno barriere al commercio e meno incentivi inutili alla produzione (vedrà come le merci torneranno ad acquisire valore anche in agricoltura, come sostengono ad esempio gli Agricoltori Federati di Pordenone), meno tasse e meno burocrazia. Semplici ricette al posto della temibile accoppiata perdente “protezionismo-nazionalismo”, che tanto affascina quelli come Hugo ChavezProtezionismo e nazionalismo stanno spesso mano nella mano. Scriveva Bastiat: “Dove passano le merci non passano i cannoni”. Il protezionismo, spettabile ministro Zaia, mette non solo seriamente a rischio la pace, ma rappresenta soprattutto un grave danno per le popolazioni che alzano barriere di fronte ai prodotti di origine straniera e, ovviamente, anche per quelle che si vedono negare il diritto di vendere altrove i frutti del loro lavoro. Sappia che se ai prodotti dei poveracci del Terzo mondo non si dà accoglienza (come accade già oggi ahimè, alla faccia dei Doha round), si finirà per avere alle frontiere milioni di migranti, che anziché lavorare a casa loro busseranno (quando andrà bene) alle porte delle nostre aziende.
Posted in: libertaria by Luca Vnt 1 Comment

Semo vipare!

I sinboli i xe inportanti parché i te riva drento el sarvelo cofà na sita. I sinboli che i ga potenza i fa dal bon sginse e sciantixe par coanto i xe rapidi a tacarse ala to scorsa ma i ga anca de drio tuto on mondo, on rimando ca el vien strenxesto intel sinbolo. Le bandiere le pol esàr on exenpio de sinboli potenti, soratuto calche bandiera.
Mi, par exenpio, inte la me home sweet home a go tacà via do bandiere. Una l’è la nostra bandiera, el Gonfalon del Leon coe ali. L’altra l’è na bandiera che la se ciama bandiera de Gadsden e la podì vedàr inte sto post. L’è sta fata atorno al 1775 e l’è una dele prime bandiere americane quando no i ghe jera ancora i Stati Unii ma solo le tredexe colonie che le scuminziava la guera par l’independensa da la Gran Bretagna. La ga lo sfondo xalo e ghe xe raprexentà sora on rattlesnake, cioè on biso a sonaji, co soto la scrita DONT TREAD ON ME, che vol dire “No staxì a calpestarme”. Parché giustamente el biso se te lo lasi star, no te fa niente, el sta bon. Se inveze te lo calpesti i’è dolori par ti parché el te smorsega e te inieta el velen mortal. L’è on animal che el deventa pericoloso se el se sente in pericolo. Giustamente, dirìa.
A mi sta sinbologia la me piaxe da mati e difati a son fiero de verghe la bandiera de Gadsden a caxa.
Eco, mi penso che anca i Veneti dovarìa verghe l’ategiamento del biso a sonaji de la bandiera de Gadsden, ansi, se volemo adatàr el sinbolo a la nostra tera, i Veneti dovarìa esar come le vipare. I dovarìa tuti dir “NO STAXI’ A CALPESTARNE”, semo stufi de esàr sciavi, volemo esar libari e ste tenti che nialtri semo boni, ma se sevitè a calpestarne, i’è dolori. Semo vipare!
Inveze ancò me vardo in giro tuti i dì e vedo tanta tanta tanta rasegnasìon e tanti tanti tanti Veneti che i se gà adatà a vivàr in sto contenitore smarso. Eco, par mi el PNV el ga da esàr na sveja par sti Veneti, gavemo da svejarse fora tuti! E come se fa a svejarse fora? Ghe vol apunto on partito che el gavia persone, schei (tanti), on obietivo ciaro e on strumento ciaro par rivarghe. Le persone e i schei deso i ne manca e in on modo o in te n’altro gavaremo da averghene. L’obietivo l’è l’independensa e lo strumento l’è el referendum. Punto. No altre storie: no le ne serve.
Mi tra coei che i se dixe “venetisti”, termini che in sincerità no me piaxe par gnente, a vedo tanto “infantilismo politico”, cioè, gavemo da capir che se volemo deventar independenti no ghè mia tante strade, basta senplicemente vardar come i ga fato le altre Nasioni sensa Stato. Nol se pol scanparghe: o tolemo in man i sciopi o faxemo on referendum. Mi, dato che a son na vipara non-violenta, vojo on referendum. Punto.
El PNV l’è oncora picinin ma’l ga teste bone e pensanti e na strutura verta: l’è la caxa dei independentisti che i vive al dì de anco, no de l’altroieri. Par piaxer, no stemo a far smisioti co altri sogeti che i rapresenta solo el pasà senza futuro.
A la digo sceta: gavemo da esàr vipare e magnarse tuti i altri, coei che i vien fora on mexe prima de le elesion par disturbarte e dopo i sconpare. Basta co sta storia: semo l’unico partito independentista serio co un progeto e gavemo da ndar vanti par la nostra strada a testa alta. El PNV l’è on partito verto e tuti i independentisti che i crede nel progeto del referendum par l’autodeterminasion i pol venier rento. El PNV l’è dexà la casa dei Veneti independentisti.
Semo vipare, no staxì a calpestarne.

I sinboli i xe inportanti parché i te riva drento el sarvelo cofà na sita. I sinboli che i ga potensa i fa dal bon sginse e sciantixe par coanto i xe rapidi a tacarse ala scorsa, ma i ga anca de drio tuto on mondo, ca el vien strenxesto intel sinbolo. Le bandiere le pol esàr on exenpio de sinboli potenti, soratuto calche bandiera.

Mi, par exenpio, inte la me home sweet home a go tacà via do bandiere. Una l’è la nostra bandiera da secoli, el Gonfalon del Leon coe ali; che, dito tra nialtri, l’è na meraveja de bandiera. L’altra l’è na bandiera destrania che la se ciama bandiera de Gadsden e la podì vedàr inte sto post. L’è nata atorno al 1775 e l’è una dele prime bandiere americane quando no i ghe jera ancora i Stati Unii ma solo le tredexe colonie che le scuminsiava la guera par l’independensa da la Gran Bretagna. La ga lo sfondo xalo e ghe xe raprexentà sora on rattlesnake, cioè on biso a sonaji, co soto la scrita DONT TREAD ON ME, che vol dire “No staxì a calpestarme”. Parché giustamente el biso se te lo lasi star, no te fa niente, el sta bon. Se inveze te lo calpesti, i’è dolori par ti parché el te smorsega e te inieta el velen mortal. L’è on animal che el deventa pericoloso se el se sente in pericolo. Giustamente, dirìa! A mi sta sinbologia la me piaxe da mati e difati a son fiero de verghe na bandiera de Gadsden.

Mi penso che anca i Veneti dovarìa verghe l’ategiamento del biso a sonaji de la bandiera de Gadsden, ansi, come el me ga sugerio Claudio, se volemo adatàr el sinbolo a la nostra Tera, i Veneti dovarìa esar come le vipare. I dovarìa tuti dir NO STAXÌ A CALPESTARNE, semo stufi de esàr sciavi, volemo esar libari e ste tenti che nialtri semo boni, ma se sevitè a calpestarne, i’è dolori; dolori ca no inplica la violensa, oviamente. Semo vipare! Inveze a me vardo in giro tuti i dì e vedo tanta tanta tanta rasegnasìon e tanti tanti tanti Veneti che i se gà adatà a vivàr in sto contenitore smarso. Eco, par mi el PNV el ga da esàr na sveja par sti Veneti, gavemo da svejàr fora tuti! Gavemo da dir ciar che l’obietivo l’è l’independensa e lo strumento l’è el referendum. Mi tra coei che i se dixe “venetisti”, termini che, in sincerità, no me piaxe par gnente, a vedo tanto “putelinixmo politico”. Gavemo da capir che se volemo deventar independenti le strade no le xe mia tante, basta senplicemente a vardàr fà i ga fato le altre Nasioni deventà independenti. Nol se pol scanparghe: o tolemo in man i sciopi o faxemo on referendum. Mi, dato che son na vipara non-violenta, vojo on referendum; mi cofà tuto el PNV. Punto. A la xente no te pol contarghe fritole, i Veneti i sarìa a majoransa  independentisti: el problema l’è che no i ghe crede mia e no i conose la strada.

El PNV l’è oncora picinin ma’l ga teste bone e pensanti e na strutura verta: l’è la caxa dei independentisti che i vive al dì de ancò, no de l’altroieri. Par piaxer, no stemo gnanca scuminsiàr a pensar a far smisioti co altri sogeti che i raprexenta solo el pasà senza futuro. A la digo sceta: gavemo da esàr vipare e magnarse tuti i altri, cioè coei che i vien fora on mexe prima de le elesion par disturbarte e dopo i sconpare. Basta co sta storia: semo l’unico partito independentista serio co un progeto e gavemo da ndar vanti par la nostra strada a testa alta. El PNV l’è on partito verto e tuti i independentisti che i crede nel progeto del referendum par l’autodeterminasion i pol venier rento. El PNV l’è dexà la caxa dei Veneti independentisti. A scrivo ste righe parché ancò, domenega 4 de otobre, al Major Consejo a go vuo l’onor de esàr sta eleto intel Minor Consejo. Ringrasio par i voti ciapai e me togo sto onere molto seriamente e anca confà na sfida personal par provàr a slargàr la baxe e, sora de tuto, a far vegnèr xo el tabù dell’independensa el pì posibile. Ghe sarìa taaaaanto da scrivàr sora el Congreso, me limito a dir che go veduo tanta voja de far, contro el tenpo che strenxe e contro anca sogeti che no se capise ben indove i vol ndar. Ancò a go visto na speransa, e par coesto a son contento.

Da ultimo, ma no par inportansa, a vojo da novo dirghe grasie al prexidene uscente Paolo Bernardini. On Veneto de origini liguri che l’è sento olte pì Veneto de tanti “veneti” co la V minuscola. A scoltàr la so letara lexesta dal segretario Busato, mi ca son na mamoleta, a me xe vegnesto i oci lustri. Se son entrà intel PNV, l’è prima de tuto par la so persona. A lu, in sto momento difisile, la ghe va tuta la me solidarietà, la me stima, el me rispeto e la me amicisia.

Semo vipare, no staxì a calpestarne.


In italiano:

I simboli sono importanti perché ti arrivano dentro il cervello come un fulmine. I simboli che hanno potenza fanno veramente scintelle e faville per quanto sono rapidi ad attaccarsi alla corteccia, ma hanno anche dietro tutto un mondo, che viene sintetizzato nel simbolo. Le bandiere possono essere dei simboli potenti, soprattutto qualche bandiera.

Io, per esempio, nella mia home sweet home ho appeso due bandiere. Una è la nostra bandiera da secoli, il Gonfalone del Leone con le ali; che, detto tra noi, è una meraviglia di bandiera. L’altra è una bandiera strana che si chiama bandiera di Gadsden e la potete vedere in questo post. È nata attorno al 1775 ed è una delle prime bandiere americane quando ancora non c’erano gli Stati Uniti ma solo le tredici colonie che incominciavano la guerra per l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Ha lo sfondo giallo e c’è rappresentato sopra un rattlesnake, cioè un serpente a sonagli, con sotto la scritta DONT TREAD ON ME, che vuol dire “Non calpestatemi”. Perché giustamente il serpente se lo lasci in pace, non ti fa niente, sta buono. Se invece lo calpesti, sono dolori per te perché ti morsica e ti inietta il veleno mortale. È un animale che diventa pericoloso se si sente in pericolo. Giustamente, direi! A me questa simbologia piace molto e infatti sono fiero di avere una bandiera di Gadsden.

Io penso che anche i Veneti dovrebbero avere l’atteggiamento del serpente a sonagli, anzi, come mi ha suggerito Claudio, se vogliamo adattare il simbolo alla nostra Terra, i Veneti dovrebbero essere come le vipere. Dovrebbero dire tutti NON CALPESTATECI, siamo stanchi di essere schiavi, vogliamo essere liberi e state attenti che noi siamo buoni, ma se continuate a calpestarci, sono dolori; dolori che non implicano la violenza, ovviamente. Siamo vipere! Invece mi guardo in giro tutti i giorni e vedo tanta tanta tanta rassegnazione e tanti tanti tanti Veneti che si sono adattati a vivere in questo contenitore marcio. Ecco, per me il PNV deve essere una sveglia per questi Veneti, dobbiamo svegliare tutti! Dobbiamo dire chiaramente che l’obiettivo è l’indipendenza e lo strumento è il referendum. Io tra quelli che si dicono “venetisti”, termine che, in sincerità, non mi piace per niente, vedo tanto “infantilismo politico”. Dobbiamo capire che se vogliamo diventare indipendenti le strade non sono tante, basta semplicemente guardare come hanno fatto le altre Nazioni diventate indipendenti. Non ci si scappa: o prendiamo in mano i fucili o facciamo un referendum. Io, dato che sono una vipera non-violenta, voglio un referendum; io come tutto il PNV. Punto. Alla gente non puoi menare il can per l’aia, i Veneti sarebbero in maggioranza indipendentisti: il problema è che non ci credono e non conoscono la strada.

Il PNV è ancora piccolino ma ha teste buone e pensanti e una struttura aperta; è la casa degli indipendentisti che vivono al giorno d’oggi, non dell’altroieri. Per piacere, non iniziamo neanche a pensare a fare miscugli con altri soggetti che rappresentano solo il passato senza il futuro. La dico schietta: dobbiamo essere vipere e mangiarci tutti gli altri, cioè quelli che vengono fuori un mese prima delle elezioni per disturbarti e dopo scompaiono. Basta con questa storia: siamo l’unico partito indipendentista serio con un progetto e dobbiamo andare avanti per la nostra strada a testa alta. Il PNV è un partito aperto e tutti gli indipendentisti che credono nel progetto del referendu per l’autodeterminazione possono venire dentro. Il PNV è già la casa dei Veneti indipendentisti. Scrivo queste righe perché oggi, domenica 4 ottobre, al Congresso ho avuto l’onore di essere stato eletto all’interno del Minor Consiglio. Ringrazio per i voti presi e mi prendo questo onere molto seriamente e anche come una sfida personale per provare ad allargare la base e, soprattutto, a far crollare il tabù dell’indipendenza il più possibile. Ci sarebbe taaaaanto da scrivere sul Congresso, mi limito a dire che ho visto tanta voglia di fare, contro il tempo che stringe e contro anche soggetti che non si capisce bene dove vogliano andare. Oggi ho visto una speranza, e per questo sono contento.

Da ultimo, ma non per importanza, voglio nuovamente ringraziare il presidente uscente Paolo Bernardini. Un Veneto di origini liguri che è cento volte più Veneto di tanti “veneti” con la V minuscola. Ad ascoltare la sua lettera letta dal segretario Busato, io che sono una mammoletta, mi sono venuti gli occhi lucidi. Se sono entrato nel PNV, è prima di tutto per la sua persona. A lui, in questo momento difficile, va tutta la mia solidarietà, la mia stima, il mio rispetto e la mia amicizia.

Siamo vipere, non calpestateci.

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Sole, mare e indipandensa

Finalmente anche i media locali (non tutti) ne hanno parlato un po’, dopotutto la notizia è quantomeno curiosa. Jesolo, e solo la città di Jesolo, ha votato, tra ieri e oggi, per l’indipendenza. Questo per semplificare. In realtà il quesito è il seguente:

Volete Voi che siano attuate e applicate le lettere h i j dell’art.3- Funzioni dello Statuto del Comune di Jesole le quali stabiliscono di:

h) promuovere tutte le azioni atte al riconoscimento del diritto alla autodeterminazione della comunità secondo le norme internazionali già sancite e recepite dall’ordinamento vigente;
i) tutelare e promuovere altresì, in collaborazione con altri Enti pubblici e privati, anche di altra nazionalità , tutte le azioni per il riconoscimento del popolo Veneto e della Città di Jesolo, in un’Europa libera e democratica garante dei diritti innati dell’uomo;
j) adottare le azioni necessarie per combattere qualsiasi ingerenza esterna, che tende ad opprimere in modo politico, economico, culturale, religioso, linguistico, le identità di quel Popolo secolare di cui fanno parte i Cittadini di Jesolo.

La sostanziale novità è che si tratta di un atto amministrativo, promulgato dal Comune a seguito di una raccolta firme (per la precisone 4300).  Il modo in cui è stato posto il quesito è molto “furbo”: non c’è nessuna formale dichiarazione di indipendenza ma, rispondendo in modo affermativo, i cittadini danno mandato all’ente locale di operare in modo attivo per l’autodeterminazione. Insomma, se vincerà il sì, con l’opportuno quorum, non ci ritroveremo certamente con una nuova città-stato (non sarebbe accaduto comunque) ma verrebbe dato un “segnale” che, almeno, avrebbe una certa ufficialità. Se avrà successo, la ricetta potrebbe essere riproposta in altre realtà venete, considerata la relativa semplicità con cui si può portare avanti un’iniziativa del genere (completamente extrapartitica) in contesti paesani.

Proprio la reazione dei partiti sembra essere il dato più interessante. I più contrari sono i leghisti. Non è certo una novità: le iniziative autenticamente indipendentiste danno l’acidità di stomaco alla Lega. Questa però risulta al Carroccio particolarmente indigesta. E questo certamente non perché, come ha riferito l’assessore Andrea Boccato, si tratti di un’iniziativa che prende in giro la gente, di uno spreco di soldi pubblici. In realtà, dei soldi della gente alla Lega non interessa più di tanto: lo ha ben dimostrato il ministro Roberto Maroni quando si è trattato di non accorpare il referendum sulla legge elettorale alla elezioni europee, solo lo scorso giugno.

Il motivo è ben altro. Il referndum jesolano (con tutti i limiti della dimensione “in via di principio” che sembra possedere) fornisce al Comune la possibilità di chiamarsi “parte in causa” nelle eventuali iniziative federaliste/ autonomiste/ indipendentiste. Il Comune, a prescindere dal colore di chi lo guida, diventa l’interlocutore (o meglio l’avversiario) del governo centrale quando si tratta di dire: “ehi, noi vorremmo tenerci un po’ i nostri soldi”. E’ una sorta di “bomba fine-del-mondo” per la Lega Nord, che da anni, sebbene abbia dimostrato di non averne affatto il titolo, si presenta come l’unico soggetto deputato a fare ciò. Ovviamente, in tutta comodità dai banchi di Roma, reclamando genericamente gli interessi “del Nord” o “della Padania”, ovvero di un’altra (solo più piccola, ma non tanto) Italia con gli stessi sistemi dell’Italia. Fondando tutto il suo successo elettorale su questo orchestrato “misunderstanding”, la Lega non può permettersi quella che è la cosa più ovvia per i sostenitori del federalismo radicale, della decentralizzazione e della sovranità popolare: far decidere ai cittadini secondo le loro esigenze.

Poi, diciamocela tutta, Jesolo avrebbe tutte le caratteristiche per diventare un concorrente europeo di Montecarlo: le spiaggie e il mare già ci sono, con più libertà fiscale arriverebbero anche gli alberghi di extralusso. Non solo per questo, ma anche per questo, l’augurio è che dal referendum jesolano arrivino buone notizie per i Veneti e, soprattutto, che l’iniziativa appassioni i jesolani.

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Ci vogliono mediocri

Da un Bocchino foresto a una Mercedes usata, passando per i finti nostrani la sostanza non cambia: noi Veneti non contiamo nulla e la causa sono i nostri politici, i partiti italiani in cui militano e il fatto che noi diamo loro il voto. (qui)

È vero. Concordo con questa frase e con tutto il post. Lo Stato italiano, il parlamento italiano, il governo italiano e il governo italiano del Veneto lavorano alacremente per tenerci in uno stato di fanciullezza imposta. Come ogni buon Stato onnipresente e invasivo che si rispetti, lo Stato italiano ha come unico scopo quello di farci restare nella mediocrità per poter tirare avanti a rubare in modo così massiccio. Stan bon lì che ghe penso mi a ti. Dicono che ci rubano il frutto del nostro lavoro perché noi altrimenti, poveri idioti, non saremmo in grado di scegliere per noi. Dicono che ci scelgono i nostri rappresentanti perché noi altrimenti, poveri stupidi, non saremmo in grado di fare una scelta oculata. In realtà ci troviamo di fronte a uno dei più grandi e deleteri organismi parassitari mai esistiti in natura: il politico italiano.

Lo scopo del politico italiano è quello di perpetrare il suo potere; il potere per il potere, nulla di più. Per questo scopo deve rubare sempre più il frutto del nostro lavoro, attraverso soprattutto le tasse criminali italiane. In questo modo può gestire le sue varie coorti e la sua ampia ragnatela di favoritismi e di impieghi statali inutili. Il politico italiano deve sempre essere attento a non far accendere un barlume di intelligenza e di spirito critico nei sudditi che vengono chiamati cittadini. Per questo deve pensare a tutto lui e deve scegliere tutto lui. Le persone e la volontà delle persone non contano; tutto viene banalizzato nella retorica del voto come momento supremo della vita dei sudditi che loro chiamano cittadini.

In realtà, vogliono farci rimanere mediocri. Vogliono che conduciamo una vita mediocre con aspirazioni mediocri. Dobbiamo ricevere come Dono del Signore quello che loro scelgono per noi e, nella nostra mediocrità, dobbiamo ringraziare per il Buon Governo di Rapina e di Illibertà. Ci vogliono mediocri con sogni mediocri perché sanno bene che, quando finalmente una massa critica di persone si sveglierà dal torpore, la loro vita politica sarà finita. Però, sapete una cosa? Io non sono mediocre e non mi va per niente che loro scelgano per me. Non sono Unti del Signore, non voglio avere più niente a che fare con loro e non mi fanno paura. Come ha detto Thomas Jefferson:

Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli.

Lo vogliamo capire tutti una buona volta?

Posted in: venetia by Luca Vnt Comments Off

Ti no te pasi mia

Na roba che propio a no son mia bon de soportar l’è l’arogansa. Chela inpostadura odioxa che te fa pensar ca ti te sipi na persona mejo de mi e ca te posi, par sta raxon, tratarme cofà na strasa o on sciaveto che no ga mia bexogno de respeto. Co vardo o son tratà co arogansa, me vien suxo na rabia che la sarìa mejo ca la staxese bona.

Geri, co go finìo de disnar, me invio par ndar a tor me moroxa a Milan. A son in autostrada arente l’usida de Bresa e son drio ndar ai 130 km/h so la tersa corsia parché masa automobilisti de la domenega che i va ai 90 km/h  i ocupa fisi la segonda corsia (co la Venetia la sarà libara, gavaremo da rivolusionar i test scriti e pratici par ciapar la patente…). A on serto ponto a vardo intel speceto e me vedo che i’è drio rivar sparà (ma sparà dal bon) du o tri machinoni co i veri scurà e i lanpegianti blu. I riva subito tacà a mi che son ancora drio superar na fila de bogoni de metalo e plastega; i me riva propio tacà al culo, a do sentimetri, i maledeti. Tenti: no le xera machine de la polisia in mision ma tre auto blu che i portava el politico de turno co banda a seito. Sì, bon, confeso: co vedo ste robe, a me diverto asè a farghe perdar pì tenpo posibile co mi che faso da tapo. Sì, confeso: a son na carogna. Pasa calche secondo, mi ralento par non superar masa de freta la colona de destra e l’auto blu de drio de mi la scuminzia co le sirene; a par ca i se gavia stufà de spetar, poareti! No i me fa né caldo né fredo e vo drito (lento) par la me strada. Insoma, par strenxar, i gavea el pevaro inte le parti base e a li go fati sbruxegar par ben, i parasiti.

La me l’è na protesta. Nel so picinin, l’è na dixobediensa sivil contro l’arogansa italiota e veneto-italiota de sto Stato che se parmete de esar de sora le regole. Parcosa i ga da ndar sparai? Parcosa no i ga da esar confà noialtri xente normal? Parcosa i ga da metar a riscio la me securesa sensa motivo? No i jera machine de polisioti che i ga da ndar cofà site par arestar on crimimal, no, le xera auto blu, auto del privilegio. L’auto blu co l’arogansa de cuei rento la xe on dei sinboli piasè ciari de sto Stato de magnapan a tradimento e del nostro esar suditi e no sitadini.

Mi, nel me picinin, ogni olta che poso, a vojo dirghe ciaro che a son on omo libaro, anca se luri i me considera on sudito e na persona inferior. Mi, nel me picinin, a ghe farò perdar vinti secondi de la loro vida da parasiti co le loro caso de auto blu. No fiolo, mi a no te faso pasar, sbasa le rece che no te me fe mia paura.

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Amanti del fascismo

Quanti sono gli uomini che hanno dato un pugno o uno schiaffo ad un altro soggetto? Ogni volta avrebbero dovuto prevedere che avrebbero potuto uccidere?

L’ha detto Roberto Bussinello, avvocato difensore di Federico Perini e Raffaele Dalle Donne (ossia due ultrà di estrema destra dell’Hellas imputatati per la morte di Nicola Tommasoli) e noto amante del fascismo. Le ultime notizie che avevo su Bussinello lo vedevano aderente a Forza Nuova, ma può anche darsi che abbia cambiato. D’altronde i fascisti sono come i loro fratelli di ideologia comunisti: amano atomizzarsi in molteplici sette.

Quindi, ricapitolando, Nicola Tommasoli viene brutalmente pestato a morte da cinque criminali per il fatto che non aveva una sigaretta da dare loro. Cinque balordi che evidentemente non conoscono il valore della vita. L’avvocato di due di loro, il noto amante del fascismo Bussinello, mostra per la sua difesa la classica forma mentis di chi non ha dimestichezza con il principio di non-aggressione e con il principio della responsabilità individuale, essendo appunto un collettivista che ha in spregio l’individuo. L’avvocato, oltre ad avallare fantasiose ipotesi su una malformazione congenita di Tommasoli che ne avrebbe provocato la morte, non sembra capire che una persona non deve mai dare un pugno a un’altra, se non per difesa. Le conseguenze che una deliberata e ingiustificata aggressione sono a carico dell’aggressore, non della società, dei genitori, della scuola, del gruppo di amici. Responsabilità dell’individuo, si chiama. Ma evidentemente per chi è amante di una ideologia che vuole piegare la persona all’arbitrio dello Stato negandole i suoi più elementari diritti, questo discorso non può che risultare ostico.

Questi cinque criminali hanno aggredito una persona e ne hanno causato la morte. Piangere sul latte versato e cercare di giustificare o di accampare scuse non serve. Una pena di soli 16 anni, personalmente, mi sembra un insulto.

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